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Pensioni, aumenti a novembre per inflazione: scatto del 2,2% (in attesa della rivalutazione) #adessonewsitalia

Cedolino della pensione con molte novità a novembre, in attesa della rivalutazione più sostanziale che arriverà a gennaio dell’anno prossimo. Nei trattamenti previdenziali in pagamento da ieri (fino alla soglia dei 2.692 euro mensili) è confermato l’aumento provvisorio del 2 per cento già applicato a ottobre, rispetto agli importi fissati a inizio 2022. Si aggiunge però un ulteriore 0,2 per cento che deriva proprio dal conguaglio tra l’indicizzazione applicata a inizio anno e quella che deriva dall’andamento effettivo dei prezzi nel 2021. Inoltre i titolari di assegno che hanno un reddito non superiore a 20 mila euro troveranno anche l’una tantum da 150 euro prevista dal decreto Aiuti ter.

APPROFONDIMENTI

LA RISPOSTA
Si tratta della risposta del precedente governo a un’emergenza prezzi che già in estate era molto allarmante, ma si è fatta poi ancora più minacciosa a settembre e ottobre; mese in cui è stato registrato su base annuale un incremento dell’indice dell’11,9 per cento. Le pensioni a differenza delle retribuzioni hanno un meccanismo automatico di adeguamento, che ogni anno fa aumentare gli importi lordi in misura pari all’inflazione dell’anno precedente. Il tasso viene determinato in via provvisoria sulla base ai dati dei primi nove mesi. Ecco quindi che nel gennaio scorso è scattata una maggiorazione dell’1,7 per cento, poi risultata inferiore alla variazione media complessiva, registrata a consuntivo. Da qui deriva il conguaglio dello 0,2 per cento (riconosciuto anticipatamente senza aspettare il 2023) che si somma dunque al 2 per cento applicato nell’ultimo trimestre dell’anno ma solo – come già accennato – per quelle che non superano i 2.692 al mese, che corrispondono a 35 mila euro lordi annui. Ad esempio su una pensione di 2000 euro lordi al mese l’incremento sempre in termini lordi sarà di 44 euro. L’effetto netto sarà però un po’ più basso per via dell’Irpef.

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Cosa succederà nel 2023? Si applicherà da gennaio l’inflazione media di quest’anno. La percentuale esatta viene stabilita con un decreto ministeriale che normalmente arriva intorno a metà novembre: verosimilmente sarà superiore all’8 per cento, visto che già a settembre l’inflazione acquisita era pari al 7,1%, livello poi cresciuto all’8 con i dati di ottobre. Anche in questo caso comunque farà fede poi il numero calcolato sull’intero anno: l’eventuale (probabile) conguaglio, salvo ulteriori novità legislative scatterà a gennaio del 2023.
Va ricordato che la rivalutazione annuale (“perequazione” è il termine tecnico) si applica pienamente solo ai trattamenti che non superano l’importo pari a quattro volte il trattamento minimo Inps, attualmente a 525 euro mensili: quindi a quelli fino a 2.100 euro circa. Sulla quota di pensione che supera questo limite il tasso di perequazione è riconosciuto al 90 per cento, mentre per la parte che eccede le 5 volte il minimo al 75. Si tratta comunque di un meccanismo più generoso di quello applicato fino ad alcuni anni fa, quando le decurtazioni erano calcolate non per fasce di pensione ma sull’intero importo e quindi andavano a depotenziare in modo più sostanziale il recupero del carovita.

LA SOGLIA
La soglia dei 35 mila euro l’anno – ma riferita al reddito complessivo del 2021 – era anche quella utilizzata in estate come tetto per l’erogazione del bonus una tantum da 200 euro. Stavolta, con la pensione di novembre, tocca al nuovo bonus da 150 euro che però si applica con un tetto di reddito più basso, quello dei 20 mila euro l’anno.

Resta aperta la possibilità che il governo con il prossimo decreto Aiuti, quello relativo all’ultimo mese dell’anno, preveda una nuova erogazione straordinaria sia per i pensionati che per i lavoratori dipendenti. La maggior crescita rilevata dall’Istat per il 2022 lascia infatti più ampi margini di manovra. Già in sede di stesura della Nadef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) il precedente esecutivo aveva lasciato una dote di circa 10 miliardi, corrispondente alla differenza tra il deficit programmato per l’anno e quello effettivo, più basso, stimato in base all’aumento delle entrate fiscali. Ma siccome il Pil avrà un incremento anche maggiore di quello allora previsto, le risorse disponibili potrebbero arrivare a 15 miliardi. Il punto sarà fatto venerdìm quando il governo approverà la nuova versione della Nadef.
 

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