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Pensioni, nuove rivalutazioni con aumenti tagliati dai 2.100 euro in su: ecco le fasce #adessonewsitalia

Pensioni e nuove rivalutazioni – Come si determinano le nuove fasce di rivalutazione? Chi perde e chi guadagna? Con la legge di bilancio il governo ha deciso di rivalutare gli assegni pensionistici in modo nuovo tagliando sostanzialmente la perequazione (il meccanismo utile a proteggere l’assegno dall’inflazione). In estrema sintesi: va in soffitta il metodo di rivalutazione su tre fasce e ne arriva uno nuovo, calcolato su sei fasce. 

APPROFONDIMENTI

Si tratta di un nuovo meccanismo premiante al 100%, in realtà, solo per gli assegni sotto i duemila euro. Il ragionamento alla base del nuovo metodo di rivalutazione considera prioritario alzare e rivalutare al 100% le pensioni pari o minori ai 2.000 euro, che è quattro volte l’importo minimo. Fino ai 2.000 euro di pensione dunque, l’aumento previsto è di 100 euro netti. Per chi percepisce 2.100 euro lordi al mese, per esempio invece, la rivalutazione è più bassa: c’è un taglio che peserà nel 2023 per circa 450 euro l’anno. È una perdita di potere d’acquisto per tutti gli assegni dai 2.100 euro in su. Ad esempio su 2.600 euro lordi l’aumento è di circa 34,32 euro mensili, corrispondenti a 446,17 euro l’anno. 

Qui in basso la simulazione della rivalutazione eseguita dal sindacato Uil. 

Le novità: rivalutazione sugli importi complessivi, non più sugli scaglioni

Questo nuovo meccanismo, spiega la Uil pensionati, opererebbe il taglio della rivalutazione sull’intero importo della pensione, sostituendo il sistema a scaglioni di importo con quello per importi complessivi dei trattamenti. Cosa succede con il nuovo metodo? Comporta in sostanza una riduzione dell’intero importo della pensione e introduce penalizzazioni per chi ha importi di poco superiori alle varie soglie.

Questo nuovo meccanismo prevedrebbe la piena rivalutazione per le pensioni di importo fino a 4 volte il minimo; l’80% dell’inflazione per le pensioni complessivamente comprese tra 4 e 5 il minimo; il 55% dell’inflazione per le pensioni complessivamente comprese tra 5 e 6 volte il minimo; il 50% dell’inflazione per le pensioni complessivamente comprese tra 6 e 8 volte il minimo; il 40% dell’inflazione per le pensioni complessivamente comprese tra 8 e 10 volte il minimo; il 35% per le pensioni complessivamente superiori a 10 volte il minimo.

Il trattamento minimo Inps è oggi pari a 525,38 euro mensili lordi. Una pensione di 3.100 lorde (tra le 5 e le 6 volte il minimo) perderebbe 1.161,75 euro l’anno. E la sforbiciata da gennaio 2023 produrrà effetti sulla pensione per il resto della vita del pensionato. Infatti, ogni mancato aumento non ha effetti solo sull’anno di applicazione ma perdura per sempre sulla pensione diminuendone così in modo permanente il valore. 

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